Concedimi la serenità di sopportare le cose che non posso cambiare. Il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare. E la saggezza per coglierne la differenza.
SRI AUROBINDO E LA MADRE
Basandosi sul fatto che la spiritualità della Madre e di Sri Aurobindo non rifiuta la vita e le sue manifestazioni, ma invita invece a cercarne la loro perfezione, si è voluto predisporre una serie di opuscoli, tra cui il presente libretto, che raccolgano citazioni dalle opere della Madre e di Sri Aurobindo su soggetti specifici, con l'intento di scoprire i vari aspetti della natura umana, così che ciascuno possa trovare un aiuto nel tentativo di modellare la propria esistenza e l'ambiente che lo circonda verso una perfezione sempre più grande. Invitiamo i lettori a non dimenticare che i passaggi riprodotti sono estratti da un contesto molto più ampio e che una compilazione, per sua natura, risente inevitabilmente di un approccio personale. Noi ci auguriamo che questi opuscoli rappresentino uno stimolo per approfondire gli argomenti direttamente dalle opere originali.
<I VEDA>
I Veda sono la creazione di una antica struttura mentale intuitiva e simbolica, alla quale la mente successiva dell'uomo, fortemente intellettualizzata e governata da un lato dall'idea razionale e da concezioni astratte, dall'altro dai fatti della vita e della materia accettati per come essi si presentano ai sensi ed all'intelligenza senza ricercare in essi alcun significato divino o mistico, abbandonandosi all'immaginazione come gioco della creatività estetica piuttosto che come possibilità di apertura delle porte della verità e confidando nei suoi suggerimenti solo quando essi sono confermati dalla ragione o dall'esperienza fisica, esclusivamente consapevole di intuizioni prudentemente intellettualizzate recalcitrante verso la maggior parte delle altre, è cresciuta totalmente estranea.
Non è perciò sorprendente che i Veda siano diventati incomprensibili alle nostre menti, tranne che nel loro aspetto linguistico più esteriore e conosciuti inoltre molto imperfettamente per l'ostacolo costituito da una lingua antica e non pienamente compressa, e che si siano fatte le più inadeguate interpretazioni per ridurre questa grande creazione di una mente umana giovane e splendida a uno scarabocchio pasticciato e mutilato, a un pot-pourri incoerente di assurdità di un'immaginazione primitiva tesa a complicare ciò che altrimenti sarebbe l'assai semplice, uniforme e comune testimonianza di una religione naturalistica che rispecchiava solo e solo poteva servire i rozzi e materialistici desideri di una barbara mentalità di vita.
I Veda divennero poi, per l'idea scolastica e ritualistica di preti indù e dei Pandit, niente di più che un libro di mitologia e di cerimonie sacrificali; gli studiosi europei, ricercando in essi solo ciò che era di un qualche interesse razionale - la storia, i miti e le nozioni religiose popolari di una razza primitiva - hanno tuttavia fatto il torto peggiore ai Veda e insistendo su una interpretazione totalmente esteriore li hanno spogliati ancor di più del loro interesse spirituale e della loro bellezza e grandezza poetica.
Ma così non era per i Rishi vedici, o per i grandi veggenti e pensatori che li seguirono e svilupparono dalle loro intuizioni luminose e pregnanti una propria, meravigliosa struttura di pensiero e parola costruita su una rivelazione spirituale e un'esperienza senza precedenti. I Veda furono per questi antichi veggenti il Mondo che scopriva la Verità rivestendo di immagini e di simboli i significati mistici della vita.
Fu una scoperta e uno svelarsi divini della potenza della parola, della sua misteriosa capacità di rivelazione e di creazione, non la parola dell'intelligenza logica, razionale o estetica, ma quella di una ritmica espressione intuitiva e ispirata, il mantra.
Immagine e mito vennero liberamente usati, non come un indulgere all'immaginazione, ma come simboli e parabole viventi di cose estremamente reali per chi le pronunciava e che non potevano trovare altrimenti la loro forma espressiva più intima e originale, e l'immaginazione stessa diventava l'officiante sacro di realtà più grandi di quelle che incontrano e trattengono l'occhio e la mente limitati dalle suggestioni esterne della vita e dell'esistenza materiale.
Questa era la loro concezione del poeta sacro, una mente visitata da qualche più alta luce e dalle sue forme in idea e parola, un veggente e un uditore della Verità, kavayah satyastrutayah.
I poeti dei versi vedici non contemplavano la propria funzione come è immaginata dagli studiosi moderni, essi non si consideravano una sorta di stregoni compositori di inni e di formule magiche al vertice di una rozza e barbara tribù, ma veggenti e pensatori, rsi dhira.
Questi cantori furono convinti di possedere una alta verità mistica e occulta, pretesero di essere i latori di un linguaggio idoneo a una conoscenza divina, e parlarono esplicitamente delle loro forme espressive come di parole segrete che dichiarano il proprio significato pieno solo al veggente, kavaye nivaanani vacamsi. E per quelli che vennero dopo di loro i Veda furono libri di conoscenza, e proprio della conoscenza suprema, una rivelazione, una grande espressione di eterna e impersonale verità quale vista ed udita nell'esperienza interiore di pensatori ispirati e semidivini. Le più insignificanti circostanze delle cerimonie sacrificali per le quali gli inni furono scritti sostenevano un potere significante simbolico e psicologico, come era ben noto agli autori degli antichi Brahmana.
I versi sacri, ciascuno in se stesso tenuto ad essere pieno di un significato divino, furono intesi dai pensatori delle Upanishad come le profonde e pregnanti parole originarie delle verità che essi cercavano, e la più alta legittimazione che poterono dare alle loro espressioni sublimi fu una citazione dei loro predecessori con la formula tad esa rcabhyukya, "questa è la parola che fu pronunciata nel Rig Veda"...
Ma il semplice buonsenso dovrebbe dirci che coloro che furono così vicini, in tutti i sensi, ai poeti originali, dovevano possedere una migliore possibilità di fare propria almeno la verità essenziale sulla questione e ci suggerisce la forte probabilità che i Veda furono realmente ciò che pretendono di essere, la ricerca verso una conoscenza mistica, la prima forma del costante tentativo della mente indiana, al quale essa è sempre stata fedele, di guardare aldilà delle apparenze del mondo fisico e, attraverso la propria esperienza interiore, alla divinità, ai poteri, all'immanenza dell'uno del quale i saggi parlano in molti modi - la famosa frase nella quale i Veda esprimono il loro più centrale segreto, ekam sad vipra bahudha vadanti. Il carattere più vero dei Veda può essere meglio compreso esaminandoli in qualsiasi punto e interpretandoli chiaramente in relazione alle loro frasi ed immagini... se li leggiamo per quello che sono senza nessuna falsa traduzione in ciò che pensiamo dovrebbero avere detto dei barbari primitivi, troveremo invece una poesia sacra suprema e potente nelle sue parole e nelle sue immagini, sebbene in altro genere di linguaggio e di fantasia creativa rispetto a quelli che noi oggi predilegiamo e apprezziamo, profonda e sottile nell'esperienza psicologica e stimolata da un'anima di visione ed espressione profondamente partecipe.
I poeti dei Veda possedevano una mentalità diversa dalla nostra, il loro uso delle immagini è di un genere peculiare e una antica tendenza della loro capacità visiva dona un profilo strano alle loro espressioni. Il fisico ed i mondi fisici furono ai loro occhi una manifestazione, una duplice e varia, e tuttavia connessa e omogenea rappresentazione di divinità cosmiche, la vita interiore ed esteriore dell'uomo una divina relazione con gli dèi, e dietro ogni realtà esisteva il solo Spirito od Essere del quale gli dèi erano nomi e personalità e poteri.
Queste divinità furono ad un tempo signori della Natura fisica e delle sue forme e dei suoi principi; i loro dèi, i loro corpi e gli intimi poteri divini con le loro corrispondenti condizioni ed energia sono innati nel nostro essere psichico perché essi sono i poteri spirituali dell'universo, i guardiani della verità e dell'immortalità, i figli dell'infinito e ciascuno di essi è anche nella sua origine e nella sua realtà ultima lo Spirito supremo che evidenzia uno dei suoi aspetti. La vita dell'uomo fu per questi veggenti una realtà combinata di verità e menzogna, un movimento dal mortale all'immortale, da una commistione di luce e di oscurità allo splendore di una verità divina la cui dimora è al di sopra, nell'infinito ma che può essere costruita nell'anima e nella vita dell'uomo, una battaglia tra i figli della luce e quelli della notte, l'ottenimento di un tesoro, della vera ricchezza, la ricompensa garantita dagli dèi all'uomo guerriero, un'avventura ed un sacrificio; e di questa realtà essi parlarono all'interno di un sistema stabilito di immagini prese dalla Natura e dalla circostante vita guerriera, pastorale e agricola della gente ariana, centrato intorno al culto del fuoco, all'adorazione dei poteri viventi della natura e alla cerimonia del sacrificio.
Ogni dettaglio dell'esistenza profana e del sacrificio erano simboli nella loro vita e nelle loro attività, nella loro poesia, non simboli morti o metafore artificiali, ma viventi e potenti suggestioni, controparti di realtà interiore. Ed essi usarono inoltre nella loro espressione un corpo stabilito e tuttavia variato di altre immagini e uno splendido tessuto di mito e parabola, immagini che diventavano parabole, parabole che diventavano miti, miti che restavano comunque immagini, e tuttavia tutte queste cose costituivano per essi, in un modo che può essere compreso di un certo genere di esperienze psichiche, realtà effettive.
Il fisico scioglieva le sue ombre negli splendori dello psichico, lo psichico cresceva nella luce dello spirituale e non esisteva alcuna linea netta di divisione in questi passaggi, ma una fusione naturale e una compenetrazione delle loro suggestioni e dei loro colori. E' evidente che una poesia di questo genere, composta da uomini con questo genere di visione o immaginazione, non può essere né interpretata né giudicata dai modelli di una ragione e di un gusto fedeli ai soli canoni dell'esistenza fisica. L'invocazione "Appari o lampo di luce e vieni a noi!" evoca ad un tempo il fenomeno dell'ascendere e del bagliore del potente fuoco sacrificale sull'altare fisico e un corrispondente fenomeno psichico, la manifestazione di una fiamma redentrice di un potere e una luce divina dentro di noi. Il... critico schernisce la sfrontata e audace e per lui mostruosa immagine nella quale Indra figlio della terra e del cielo crea il proprio padre e la propria madre; ma se ricordiamo che Indra è lo spirito supremo in uno dei suoi aspetti eterni e immortali, creatore del cielo e della terra, divinità cosmica generata tra il mondo fisico e quello mentale per ricostruire i loro poteri nell'uomo, vedremo come l'immagine non sia solo una efficace, ma una vera e rivelatrice rappresentazione, e per la tecnica vedica poco importa se fa violenza alla nostra immaginazione dal momento che esprime una più grande realtà come nessuna altra avrebbe potuto con la stessa consapevole attitudine e la stessa vivida forza poetica.
Il toro e la Vacca dei Veda, gli splendenti pastori del Sole celati nella grotta sono creature abbastanza strane per la mente fisica, ma non appartengono alla terra e nella loro sfera sono ad un tempo immagini e realtà effettive piene di vita e di significati. E' in questo modo che, dall'inizio alla fine, dobbiamo comprendere e riconoscere la poesia vedica secondo il proprio spirito, la propria visione e la verità psichicamente naturale, anche se per noi estranea e sovrannaturale, delle sue idee e delle sue immagini. I poeti vedici sono maestri dalla tecnica consumata, i loro ritmi sono scolpiti come carri degli dèi e portati da grandi e divine ali di suono ad un tempo concentrati e dilatati, ampi nel movimento e sottili nella modulazione, il loro discorso è lirico per intensità ed epico per elevazione, un'espressione di grande potere, pura e intrepida e dallo splendido profilo, dall'effetto diretto e incisivo, pienamente profusa di senso e di suggestione così che ogni singolo verso esiste allo stesso tempo come cosa definita ed autonoma e come ampia connessione tra ciò che è venuto prima e quanto lo segue. Una sacra tradizione sacerdotale fedelmente osservata diede loro sia forma che significato, ma questo significato consisteva nelle più profonde esperienze psichiche e spirituali delle quali l'anima dell'uomo è capace e raramente o mai le forme degeneravano in convenzione, poiché ciò che dovevano trasmettere era vissuto interiormente da ogni poeta e rinnovato in espressione nella propria mente attraverso le sottigliezze e le maestrie della visione individuale. Le voci dei più grandi veggenti, Vishwamitra, Vamadeva, Dirghtamas, e molti altri, toccano le più alte vette e latitudini di una poesia mistica e sublime ed esistono poemi come l'Inno della creazione che si innalzano in tremenda chiarezza alle sommità di pensiero sulle quali si muovono costantemente, con una maggiore ampiezza di respiro, le Upanishad.
La mente dell'antica India non sbagliò nel riallacciare tutta la sua filosofia, la religione e le realtà essenziali della sua cultura a questi poeti-veggenti, poiché la futura spiritualità del suo popolo è là contenuta in nuce o nell'espressione originaria. E' una grande cura e un corretto comprendere gli inni vedici come forma di letteratura sacra che ci aiuta a vedere il primo sviluppo non solo delle idee-guida che hanno governato la mente dell'India, ma dei suoi tipi caratteristici di esperienza spirituale, della sua forma mentale immaginativa, del suo temperamento creativo e del genere di forme significanti con le quali essa ha costantemente rappresentato il suo sguardo verso se stessa, la realtà, la vita e l'universo. Esiste in gran parte della letteratura lo stesso genere di ispirazione e di espressione che vediamo nell'architettura, nella pittura e nella scultura. Il suo primo aspetto è un senso costante dell'infinito, del cosmico, di realtà viste come parte della visione cosmica o da questa influenzate, dirette a favore o contro l'ampiezza dell'uno e dell'infinito; la sua seconda peculiarità è una tendenza a vedere e interpretare la propria esperienza spirituale con una grande ricchezza di immagini mutuate dal piano psichico interiore oppure in immagini fisiche tramutate dall'azione di un significato, un'impronta, una volontà di immagine psichici; e la sua terza inclinazione è ad immaginare la vita terrestre spesso amplificata, come nel Mahabharata e nel Ramayana, o altrimenti raffinata nelle trasparenze di una più vasta atmosfera, accompagnata da un significato più grande di quello terrestre o comunque presentata sullo sfondo dei mondi spirituali e psichici e non solo nella propria separata immagine. Lo spirituale, l'infinito è vicino e reale e gli dèi sono reali e i mondi ulteriori non tanto al di là quanto immanenti alla nostra esistenza.
Earthsea, il mondo dei grandi arcipelaghi e degli immensi oceani, l’universo lontano dove la magia è ancora potente, la terra misteriosa in cui uomini e draghi hanno convissuto e dove, secondo una leggenda, un mago sconfiggerà le forze del male per riportare l’Equilibrio della vita…
A Gont, una delle isole di Earthsea, vive un giovane pastore, Ged, il quale, grazie ai suoi straordinari poteri, conquista il privilegio di diventare apprendista dei grandi maghi dell'Arcipelago. Il ragazzo, che assume il nome di Sparviero, è destinato a essere un grande domatore di draghi, ma è altresì consumato dal desiderio d’imparare troppo in fretta. L'uso poco saggio dei suoi poteri aprirà dunque uno spiraglio nel mondo dei defunti e farà comparire l'Ombra della sua stessa morte, che cercherà di afferrarlo nella sua morsa e di annientarlo…
Per la prima volta in Italia vengono presentati in un unico volume i cinque i romanzi che compongono la Saga di Earthsea, grandiosa rappresentazione del drammatico confronto tra le forze della luce e quelle delle tenebre, perché «la luce e l’ombra sono un tutt’uno, i due poli dell’Equilibrio. La vita nasce dalla morte e la morte dalla vita; nella loro opposizione esse rinascono in continuazione…» Un’opera magistrale che ha ispirato il grande film I racconti di Terramare, del regista giapponese Goro Miyazaki.
Un racconto presente nel Corano, per essere più precisi nella sura della caverna, molto curioso è la storia dei dormienti che si addormentarono per molto tempo e per volontà di Dio si risvegliarono. Sembra una storia assurda, ma ha una sua spiegazione. Una città , chiamata Afses, era abitata, felicemente e tranquillamente, da buona e brava gente cristiana. Con il passare del tempo le persone cominciarono ad adorare le statue, soprattutto con l’influenza del re Duqiamus che perseguitava i cristiani.
C’era, in questa città , un ragazzo cristiano che, considerata la situazione, pregava di nascosto sotto un albero. Ma non era l’unico, dopo poco tempo incontrò altre persone. Tutti assieme discussero della loro fede e del pericolo che correvano. Decisero quindi di mantenere segreta la loro credenza e di riunirsi tutti i giorni. Una notte uno dei ragazzi corse spaventato verso gli altri, riferendo che il re aveva saputo di loro e aveva dato l’ordine di cercarli. I soldati, dopo qualche tempo, li trovarono e li condussero dal re, il quale chiese il motivo per cui non accettavano di venerare le statue.
Essi risposero: “Le statue non fanno né bene né male, non possono né creare né dare, rimangono sempre e comunque pietre. Preferiamo pregare per un Dio che crea e dà ”. Il sovrano, offeso da queste parole, li minacciò di morte se non avessero cambiato decisione. I ragazzi furono costretti a scappare, nascondendosi in una caverna. Lungo il cammino, trovarono un cane. Sembrava che aspettasse proprio loro. Li accompagnò e li protesse. Arrivati a destinazione, tutti mangiarono, si riposarono e data la stanchezza si addormentarono subito.
Passarono giorni e mesi, e ancora degli anni. Continuarono a dormire, girandosi a sinistra e a destra con il cane che, davanti all’ingresso della caverna, dormiva anch’esso. Passarono più di trecento anni, fino a quando si svegliarono e si chiesero quanto avessero dormito. Guardando i loro capelli lunghi, la barba incolta e le unghie, capirono che non si era trattato solo di una notte, ma molto di più. Affamati, uno di loro andò in città a comprare da mangiare, facendo molta attenzione. La città era cambiata e i visi erano sconosciuti, perciò il ragazzo si preoccupò. Nel momento in cui dovette pagare il pane, tirò fuori le monete d’argento con l’immagine del vecchio re, vissuto trecento anni prima, e il venditore stupito credette che il ragazzo avesse trovato un antico tesoro.
Tutti si accalcarono attorno a lui, chiedendogli dove avesse trovato il tesoro, da dove fosse venuto. Lui cercò di convincerli dicendo di non aver trovato nulla. Si guardava attorno, ma nessuno lo riconosceva. Osservando la folla, voleva trovare qualche suo parente, ma non c’era nessuno. Provò a raccontare, ma nessuno gli credette. Arrivò il re cristiano della città , rattristato per l’eresia di coloro che negavano la resurrezione dei morti. Sentendo il racconto, volle andare con gli abitanti alla caverna. Qui trovarono gli altri ragazzi, i quali confermarono la storia del loro compagno. Ora, tutti accettarono la resurrezione.
Il re chiese loro di andare al castello: voleva ospitarli. Ma appena pronunciò queste parole, sotto gli occhi di tutti, i ragazzi reclinarono nuovamente il capo a terra, addormentandosi e rendendo lo spirito, come Dio vuole. La gente comprese che Dio crea l’uomo e può ricrearlo una seconda volta dopo la sua morte, come ha fatto con i ragazzi dopo più di trecento anni.
E' necessario evidenziare che nel Corano non si fornisce informazione sul numero dei ragazzi, in quanto questo non è importante. Ciò che è essenziale è il fatto che essi si siano addormentati e risvegliati solo per volontà divina, dapprima per essere salvati dalla morte, dopo per dimostrare alla gente l’esistenza della resurrezione. Dio, secondo l’Islam, può fare qualsiasi cosa, creare, far perire e ricreare, l’unico in grado di compiere miracoli. Questo avvenimento può essere considerato un miracolo, perché è un qualcosa che crea stupore ed è legato a un intervento divino.
Nel Corano la resurrezione viene presentata nel contesto del Giudizio Universale, come momento culminante della storia di questo mondo, al termine di una serie di terrificanti cataclismi naturali in cui tutti gli uomini sono chiamati di fronte a Dio per essere giudicati in base alle proprie azioni compiute sulla Terra. Quel giorno sarà l'incontro di tutta la razza umana e ognuno riceverà , secondo le sue opere, la punizione o il premio: "Prepareremo bilance giuste per il giorno della resurrezione e a nessuna anima verrà fatto il minimo torto. Anche le azioni che pesano quanto un granello di senape le porteremo alla luce. Bastiamo noi a fare i conti".
Curioso è il fatto che i musulmani credano che Gesù non sia morto in croce per salvare gli uomini dal peccato originale, ma che viva ancora fuori dal tempo e che l’ultimo giorno verrà per condurre a sé tutti i giusti. Non è importante se questa storia rientri tra i miracoli o sia una verità , anche se per i musulmani tutto ciò che è all’interno del Corano è verità assoluta. Importante è sapere che nel testo sacro dei musulmani ci siano racconti come questo che investono anche altre fedi.
Fadia Al Beik
In questo paese, ben noto per le sue acque sulfuree termali, esiste una serie di diaclasi nel travertino: BUCA dello SCAVO, BUCA del NIBBIO, BUCA di BAGNI S. FILIPPO. Soprattutto in quest'ultima si riscontrano notevoli emanazioni di anidride solforosa, tanto che per esplorarla in sicurezza è stato necessario l'uso di maschere antigas con speciali filtri.
La BUCA del ROMITO S. FILIPPO BENIZZI ha una storia particolare: anche qui, nel riparo dove si aprono le fenditure e le cave di pietra, sono stati messi in luce reperti di epoca preistorica e poi romana. La parte iniziale della cavità abbastanza ampia, fu adattata con opere murarie a cappella e cella eremitica, interrompendo la diaclasi che, pochi metri a lato e più in alto, riprende la sua naturale conformazione e si addentra nella rupe di travertino. Cappella e diaclasi, in origine collegate e chiamate "Grotta del Santo", pur se separate oggi di circa sei metri sono unite tra loro dal filo della leggenda.
| Bagni San Filippo - Diaclasi esplorata con l'uso di maschere a filtro speciale per le esalazioni di anidride solforosa |
Il romitorio esisteva e fu usato sicuramente in tempi remoti, ma divenne famoso perché qui
si rifugiò il cardinale fiorentino Filippo Benizzi il quale, quando ebbe sentore che il conclave di Viterbo del 1267 voleva eleggerlo papa, si nascose negli anfratti fino al termine del conclave, che elesse pontefice Gregorio X°.
La tradizione attribuisce al Santo la costruzione della cappella, della dimora e di un rozzo crocifisso scolpito nel legno. Sull'arcata dell'ingresso e su una soglia di pietra sono scolpite alcune iscrizioni di oscuro significato e difficilmente decifrabili.
Molte le notizie e le leggende che si tramandano sulla vita del Santo, al quale si attribuiva la facoltà di saper tenere testa agli assalti e alle tentazioni demoniache che qui erano particolarmente potenti:
le esalazioni sulfuree e le spaccature a forma di saetta erano quanto di meglio si potesse immaginare per uno scenario infernale!
Tuttora la gente del luogo chiama "sedie del diavolo" due strane rocce formatesi per corrosione nel travertino, situate al termine della diaclasi sull'orlo del precipizio.
| Bagni San Filippo - Diaclasi presso la grotta del santo; le pareti sono incrostate da infiorescenze gessose. |
La tradizione narra che su queste si sedevano, l'uno accanto all'altro, il Santo e il diavolo affrontandosi verbalmente e che sempre il demone veniva sconfitto e costretto a sparire dentro il crepaccio o a saltare nel vuoto.
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Bagni San Filippo - Ingresso al romitorio-cappella del santo Benizzi. Evidente la formazione naturale modificata. In alto a destra s'intravede la prosecuzione naturale
della diaclasi. |
Bagni San Filippo - "sedie del diavolo"
(Novella storica con risvolti attuali di Butto Alberosa)
Mi sono recato all’Anagrafe del Comune di Cesena per un Attestato di Nascita (ero curioso di sapere se ero nato). Attendendo il turno allo sportello in un’esigua fila, mi sono detto: “La fila è esigua e l’affluenza scarsa (non sono molti i curiosi di sapere se sono nati); cosa sto a difendere un avamposto conquistato, se posso accedervi in ogni momento? Mi punge curiosità del posto preziosamente restaurato”. Pertanto, ho gettato uno sguardo in giro col proposito di andarlo a raccogliere là ove si fosse posato con sufficiente curiosità. Toh, s’è posato in un cortile interno attraversando una vetrata accondiscendente! Allora, là mi sono diretto. Ohibò, non si tratta mica di un cortile interno di basso rango! Ha più l’aspetto di una “piazzetta”. E se nei secoli scorsi fosse stata una cittadella? Vedo al posto delle quattro fronti interne restaurate, del palazzo, quattro mura acconce ad essere scavalcate. Allucinazione? Mah! Forse un presentimento nell’aria.
Un tale rettangolo terrestre (la piazzetta) è molto incline a ritagliarsi un rettangolo di cielo sovrastante. E’ d’uopo sollevare il capo in cerca di un’emozione. Si sa, da Kant in poi, che il cielo è un’eccellente fonte di emozioni. A volte, il movimento del capo verso l’alto incontra lo stupore! Questo, nel mio caso, stava su di una targa di marmo affissa al muro e su di essa incollò il mio sguardo. La targa si premurava di dare un nome alla “piazzetta”. Vi stava scritto: “piazzetta Cesenati del 1377” (Sic!)
I primi pensieri volano sui seguenti punti: 1) Dunque, si tratta proprio di una piazzetta, a cui è d’uopo, perciò, togliere le virgolette. 2) Più di sei secoli fa, precisamente nel 1377, gli abitanti di Cesena si dimostrarono degni d’essere immortalati su di una targa di marmo con funzione toponomastica!
A questo punto, non viene voglia di saperne di più? Dite voi, egregi Lettori! Ci guardiamo in giro, caso mai ci fosse qualcuno informato.
Toh, una vigilessa! Chi meglio di una vigilessa è esperto in toponomastica?
“Un vigile!”
“ Si vergogni, Lettore, per averlo pensato! Quando mai smetterete di essere maschilisti?”
- Scusi un attimo, Signora Vigilessa, mi saprebbe dire a quale avvenimento si riferisce la targa toponomastica sulla quale si è fermato il mio sguardo nel suo percorso verso il cielo? -
- Non saprei…per quanto abbia seguito con profitto un regolare corso di Toponomastica, i particolari di questa targa mi sfuggono … forse non mi sono stati insegnati -
“Hai visto, caro Scrittore, che avevo ragione io?”
“Ragione, un corno! Si tratta di una défaillance dell’insegnamento, non della voglia di apprendere della giovane!”
- E Lei Signora Vigilessa, non sente curiosità? -
- Ora che mi ha fatto osservare la targa, ho, in effetti, una certa curiosità di sapere -
- Quindi, Lei, la targa, non l’aveva mai osservata prima!
- Sa, io gli occhi al cielo li rivolgo solo in due circostanze: in pubblico, per implorare pazienza con gli automobilisti e, in privato, per impetrare qualche grazia che mi alleggerisca la vita -
A noi questa Vigilessa piace … ma non abbiamo risolto il problema. Insomma, questi Cesenati del 1377 cosa hanno fatto di speciale?
- Sono stati trucidati!-
Chi ha parlato? Ah, è un Signore che ha udito la nostra ansia espressa ad alta voce!
- Trucidati? -
- Eh sì, egregio Turista -
- Non sono un Turista, sono qui per caso, per sapere se sono nato -
- Cioè?!!! -
- Non si preoccupi, io so perfettamente che sono nato, c’è però qualcuno che lo mette in dubbio, e quindi sono venuto a richiedere un attestato di nascita all’Anagrafe. Poi lo sguardo mi si è incollato sulla targa e ha una certa ritrosia a staccarsi … se non ne saprò di più su quella targa finirò col morire di curiosità e avranno ragione quelli che mettono in dubbio la mia presenza al mondo -
- Si tratta di una Banca? -
- Per l’appunto, come fa a saperlo? -
- Ieri, ho chiesto un prestito a una Banca, e volevano sapere se ero vivo in virtù di nascita!-
- Anche Lei!!! Sa, io ho chiesto un prestito alla Banca per sostenere le spese pubblicitarie per il lancio di un mio libro … sa, io sono uno scrittore … -
- Uno Scrittore?! Ma che piacere! Le auguro di guadagnare 15 miliardi in un anno con la vendita dei Suoi libri in 25 paesi e 25 lingue! -
- ?! -
- Sa, così chiederò un prestito a Lei, invece che alla Banca … Lei vede bene che sono vivo in virtù di nascita! -
- Non stiamo divagando? -
- Venendo al merito della targa, Sissignore! I Cesenati della targa sono stati trucidati in numero di tremila: chi infilzato, chi sgozzato, chi squartato, e la città fu messa a sacco. Giustappunto accadde nel 1377 -
- Scusi sa, non si sbaglierà di Città e di data? -
- Furono le milizie mercenarie di Bretagna e Guascogna a compiere il misfatto, al comando del Cardinal legato Roberto da Ginevra, per ordine del Papa -
- Scusi sa, non si sbaglierà di religione? -
- Col determinante aiuto di Sir John Hawkwood e la sua brigata inglese, in arte Messer Giovanni Acuto -
- Scusi sa, non si sbaglierà di nazionalità? -
- Una punizione esemplare inflitta alla Città di Cesena per essersi ribellata al Governo Pontificio! - ( * )
- Il Papa odierno ha chiesto perdono? -
- Lo farà senz’altro! -
Cari Lettori, vi devo confessare che sono rimasto scosso (se preferite l’italiano moderno, dico “shockato”). La colla che manteneva il mio sguardo attaccato alla targa, si è liquefatta e il mio sguardo è piombato a terra! … Forse non sono nato! …
Butto Alberosa
( * ) Indro Montanelli
Storia d’Italia
Vol. 2 (pag. 266)
Ed. Cor. Sera
Il "6 settembre 1502 a ore 15" Leonardo, allora "prestantissimo ed dilectissimo familiare architecto et ingegnero generale" di Cesare Borgia schizzava nel f. 66v dell’attuale Ms. L all’Institut de France (una sorta di cahier de poche) un’iconografia quotata del porto-canale di Cesenatico.
Nel f.68r dello stesso codice, invece, egli disegnava una rapida, ma puntuale, veduta a volo d’uccello del porto canale e del borgo della cittadina romagnola.
Contro il nitido segno che individua il canale, i moli, il nuovo molo guardiano destro che Leonardo propone per migliorare l’officiosità dell’imboccatura del porto e le architetture militari con le note relative, si intravedono i disegni che traspaiono dal recto del foglio 66. "Ponte da Pera a Costantinopoli (…)" si legge chiaramente (e da sinistra a destra), mentre la pianta ed il progetto del ciclopico ponte a campata unica che, sul Corno d’Oro, avrebbe dovuto unirsi all’Europa e all’Asia, sono lì che tagliano il porto-canale di Cesenatico: quasi un presagio che giustifica la proposta di dotare questo ambiente, così carico di suggestioni leonardiane, di un ponte (o più d’uno?) disegnato dal grande vinciano.
Ovvio pensare ad un ponte ligneo e mobile, o meglio, girante. Leonardo ne disegna diversi e quasi tutti attorno all’ultimo decennio del Quattrocento. A volte si tratta di semplici e classici ponti di barche o di botti che la forza stessa della corrente porta nella posizione di "lavoro" (Codice Atlantico, ff. 312v-b, 312r-a, 276v-a; Ms. I di Madrid, f. 144r). Altre volte si tratta di strutture più articolate, con o senza sostegni nell’acqua, implicanti conoscenze tecniche più complesse.
E’ il caso ad esempio, dei due ponti (a cominciare dall’alto) del f. 312r-a del Codice Atlantico. Il primo è ad andamento rettilineo e sfrutta il principio costruttivo dei ponti pensili. Il suo palco di legname, infatti, è sostenuto da canapi (o catene) appese alla sommità di numerosi piedritti, tre dei quali hanno appoggio nell’alveo del fiume.
Il secondo ponte non ha sostegni nell’acqua, ma con uno spettacolare arco parabolico supera la distanza fra le due sponde. Il suo tavolato, stretto fra le travi di bordo, è sorretto da poderosi saettoni a cui si collegano due dei quattro tiranti che si articolano attorno ad un'antenna ( "polo"). Gli altri due sono collegati alla "coda" del ponte che, ben zavorrata e chiusa in un incavo circolare che la ritiene in un modo da non farla sollevare e l’innesta alla strada, è parte primaria del congegno che permette al ponte di ruotare attorno al "polo" una volta che ritirino o si mollino le funi tramite i due argani ben fermati sulla sponda destra.
(Lo schizzo di un ponte che riunisce le caratteristiche costruttive dell’uno e la forma dell’altro è nel f.276v-a del Codice Atlantico). Prima del Cinquecento, Leonardo, mentre riempie di disegni numerosi fogli, è, purtroppo, molto parco di note esplicative. I disegni di ponti ad andamento curvilineo di cui si è appena detto sfuggono alla regola. Non sappiamo, infatti, come Leonardo ne prevedesse le strutture, però possiamo riuscire ad appurarlo. C’è un foglio del Codice Atlantico, il 335v-h mutilo nella porzione inferiore coevo a quelli già esaminati, che ci fornisce l’informazione mancante. Il foglio, di non grandi dimensioni, mostra due travi formate da porzioni fra loro incastrate e curvate, disposte l’una sull’altra e non ancora rese solidali dalla vite posta nel mezzo. La sottostante annotazione precisa: "Questa è la collegazione de’ legni, i quali hanno a fare il ponte, che non s’ha a posare se none in su le due rive ovvero argini che mettano in mezzo il fiume, come appare nella figura di sotto". La figura, però, è stata asportata.
E’ lecito supporre, comunque, che anche nei due ponti ad andamento curvilineo dei fogli 276v-a e 312r-a del Codice Atlantico, le grandi travature ad arco fossero formate da più ordini di travi armate e curvate, riunite e strette per mezzo di chiavarde o staffe o fossero, invece, semplicemente fisciate. Disegni di travi armate e curvate sono anche nei fogli 33r-a,33v-b, 344v-a e 108v-a del Codice Atlantico.
In quest’ultimo essi compaiono in un contesto comprendente strutture altamente resistenti: in un colonnato trabeato delle piattabande (funzionanti da archi di scarico) costituiscono il fregio e liberano così l’architrave sottostante dal peso della porzione di edificio che lo sovrasta. Ovviamente l’inclusione di strutture spingenti fra cornice ed architrave dà luogo ad una sorta di "trabeazione armata" il cui comportamento meccanico è molto più ricco di quello di una comune trabeazione.
Il tema della piattabanda ricorre con frequenza nei fogli in cui Leonardo si occupa anche di ponti lignei. Spesso tale struttura è disegnata come formata da cunei con profilo a risalti (ad esempio: Codice Atlantico, ff.387v-a, 33v-b) e ciò ci riconduce ai tanti disegni di blocchi lapidei sagomati in diverse fogge e successivamente assemblati che Leonardo destina alle più svariate funzioni (ad esempio: Ms. B, ff. 5v, 6r, 30r: Codice Atlantico, ff.26r-b, 310v-a, 310r-b e v-b).
Fra le più frequenti ed importanti quelle di costituire l’ossatura dei rostri dei ponti (Ms.B, f.51v) o la "scorza" delle pescaie (Codice Hammer, ff.7r, 22r, 28v). Della stessa "scorza" si potrebbero realizzare gli argini del porto-canale di Cesenatico in prossimità del ponte (o dei ponti) di Leonardo che, dopo cinque secoli dalla sua ideazione, verrebbe finalmente costruito. Ma Leonardo, come noto, è abituato ai tempi lunghi e, d’altra parte, la sua capacità di accettare ogni sfida - nel nostro caso anche quella del tempo - con l’animo rivolto alle possibili soluzioni non è forse compendiata da un rebus che, neppure a volerlo fare apposta, reca i disegni di due ponticelli e di un cuore uniti dalla preposizione "in": "PONTI IN CORE", come dire "prenditi a cuore (qualcosa)"?
La battaglia di Aquilonia (alcuni studiosi ritengono di aver finalmente trovato le sue rovine in località "rocca degli alberi" nel comune di Picinisco)[1] segna la definitiva cessazione delle Guerre sannitiche. In realtà ne segna la fine "ufficiale" perché altri scontri si verificheranno negli anni successivi fra Roma e i Sanniti ma, convenzionalmente, si assume che nella la battaglia di Aquilonia i Sanniti abbiano ricevuto una colpo tale da non riuscire a risollevarsi militarmente in maniera significativa e quindi cessare di essere un pericolo per la supremazia di Roma sull'Italia.
La principale fonte sulle guerre sannitiche è Tito Livio, lo storico latino del I secolo che ne ha fornito un apio resoconto nel suo fondamentale testo Ab Urbe condita libri.
Le Guerre Sannitiche
Tre conflitti e svariati scontri meno formalizzati vengono definiti "Guerre Sannitiche". Nell'arco di 67 anni l'area della Campania settentrionale, di cui non era ancora stato mai definito il popolo dominante, venne interessata dalla espansione di due delle più aggressive potenze locali: Roma che stava allargando l'area sottoposta al suo controllo e i Sanniti che, abbandonate le montagne dell'interno, stavano scendendo verso il mare. Entrambi i popoli cercavano di assicurarsi il dominio sulle fertili terre della Campania occupate dalle colonie greche prospicienti il mare Tirreno e dalla ricchissima Capua, avamposto meridionale del popolo etrusco.
Nonostante alcune dure sconfitte, l'episodio più famoso è quello delle Forche Caudine, Roma era riuscita a terminare in maniera favorevole le due precedenti guerre con i sanniti. Con la deduzione di colonie romane e latine nei territori del Sannio e cercando di vincolare i vinti con trattati diplomatici, Roma era sul punto di fermare l'avanzata dei sanniti e di riconfinarli fra le loro montagne.
La terza guerra sannitica vide questo indomito popolo allearsi con Etruschi, Umbri e Senoni per dare vita ad una lega che, data la sua estensione, avrebbe dovuto porre termine allo strapotere di Roma. Nella battaglia di Sentino (295 a.C.) i romani sbaragliarono le forze Celtiche e Sannite che combattevano assieme mentre a Chiusi venivano battuti dai coalizzati Umbri ed Etruschi.
A questo punto il sistema di alleanze antiromane saltò. I celti si ritirarono oltre l'Appennino nella zona di Senigallia, Gli Etruschi e gli Umbri dovettero accontentarsi di frenare i romani mentre i sanniti si ritrovarono da soli ad affrontare l'ira di Roma.
Nel 293 a.C. probabilmente i sanniti erano arrivati a utilizzare le loro ultime forze. Dopo alcuni decenni di battaglie, di uomini validi e atti alle armi non dovevano essere rimasti molti se, per ricostruire l'esercito, i capi sanniti dovettero ricorrere alle coercizioni psicologiche e fisiche che Livio ci descrive:
| (LA)
« ...et deorum etiam adhibuerant opes ritu quodam sacramenti vetusto velut initiatis militibus, dilectu per omne Samnium habito nova lege, ut qui iuniorum non convenisset ad imperatoribus edictum quique iniussu abisset caput Iovis sacraretur. »
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(IT)
« ...fecero ricorso agli dèi, iniziando con un antico rito sacro, facendo le leve in tutto il Sannio secondo una nuova legge, per la quale quelli che erano atti alle armi che non si fossero presentati all'editto dei capi o che si fossero allontanati senza permesso fossero immolati a Giove. »
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(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 38., Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)
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Raccolte così le necessarie truppe, tutto l'esercito di circa sessantamila uomini fu condotto ad Aquilonia, città degli Irpini vicini ai confini con l'Apulia. Un'area di circa duecento piedi di lato (60 metri circa) venne chiusa da graticci e coperta da tele. Il sacerdote Ovio Paccio, ricavato un antico rituale liturgico sannita dai Libri lintei offrì un sacrificio. Dopo il sacrificio, i più nobili e più agguerriti componenti dell'esercito sannita furono chiamati uno alla volta all'interno dell'area coperta dove erano presenti altari con attorno vittime uccise e ufficiali con le spade snudate. chi veniva fatto entrare doveva giurare che non avrebbe rivelato cosa accadeva nel recinto:
| (LA)
« Dein jurare cogebant diro quodam carmine, in execrationem capitis familiaeque et stirpis composito, nisi isset in proelium quo imperatores duxissent et si aut ipse ex acie fugisset aut si quem fugientem vidisset non extemplo occidesset. »
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(IT)
« Gli si richiedeva poi un altro giuramento stilato in una formula truce con la quale richiamava la maledizione sul proprio capo, sulla propria famiglia, sulla discendenza, se non avesse seguito i suoi duci nel combattimento a cui essi lo chiamavano, se fosse fuggito dalla battaglia, se non avesse ucciso immediatamente chi avesse visto fuggire. »
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(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 38, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)
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Chi non giurava veniva immolato e il cadavere lasciato vicino all'altare, ovvio e macabro ammonimento per quelli che sarebbero stati introdotti in seguito.
Con questo metodo vennero scelti i primi dieci fra i migliori sanniti. Questi scelsero man mano i loro compagni fino a raggiungere il numero di sedicimila. Dotati di armi più vistose ed elmi impennacchiati per renderli più facilmente riconoscibili i componenti furono inquadrati nelle "coorti linteate" (secondo Livio così chiamate per la copertura di tela (lino) del recinto dei giuramenti.
Il resto dei sanniti, poco al di sotto come prestanza e qualità di guerrieri, e composto di circa 20.000 uomini fu fatto accampare vicino ad Aquilonia. Poiché Livio, poco sopra ci parla di una raccolta di sessantamila uomini si presume che i restanti combattenti fossero forze inviate da altri popoli alleati.
Nel frattempo i consoli romani Spurio Carvilio Massimo e Lucio Papirio Cursore, raccolte le loro legioni, assaltarono ed espugnarono rispettivamente Aminterno e Duronia uccidendo e catturando circa settemila nemici a testa e, dopo aver saccheggiato il Sannio nella zona di Atina, si portarono: Papirio ad Aquilonia dove c'era la concentrazione della maggior parte delle forze sannite e Carvilio a Cominio, a circa venti miglia di distanza. Seguì una serie di scaramucce ma i sanniti non rispondevano alle provocazioni accettando una aperta battaglia campale. I due consoli si mantenevano in stretto contatto e niente di quello che succedeva a Cominio era ignoto a Papirio come Carvilio era costantemente informato delle mosse del collega ad Aquilonia; le decisioni erano prese di comune accordo.
Infine Lucio Papirio si sentì pronto e mandò un messaggero a Spurio Carvilio informandolo che, se gli auspici fossero stati favorevoli, avrebbe attaccato i sanniti il giorno seguente. A copertura della sua azione sarebbe stato utile che Carvilio attaccasse la città di Cominio per impedire che da lì potesse partire un contingente sannita in aiuto dei conterranei di Aquilonia. Il messaggero, nella notte, tornò con la risposta di Papirio che approvava il piano del collega.
Lucio Papirio, chiamati i soldati, tenne il "solito" discorso. Questa volta, però, furono sottolineati alcuni particolari che rendevano differente la situazione rispetto ad altre simili. Il console ricordò che suo padre aveva già affrontato una legione sannita impennacchiata e rilucente di corazze d'oro e d'argento e quelle armi, belle ma sconfitte, erano servite per adornare i templi di Roma e degli alleati (310 a.C. - v. Livio IX,40). Così, secondo Papirio, era probabile che gli dèi, adirati per la rottura dei giuramenti fatta dai sanniti, offrissero al suo nome e alla sua famiglia l'onore di riportare a Roma le spoglie più belle dell'esercito nemico. Le legioni romane si animarono di spirito guerriero tanto da voler iniziare subito la battaglia. Ma era notte. Alla terza vigilia (poco dopo mezzanotte) Papirio convocò i pullari, gli aruspici che dovevano trarre auspici dal comportamento dei sacri polli; uno dei pullari, infervorato, annunciò al console che i presagi erano favorevoli; i polli avevano dato vita a un "tripudium solistimum". Era falso; i polli -presagio infausto- avevano mangiato svogliatamente. Quando sarà informato della cosa Papirio si riterrà autorizzato a combattere lo stesso: a lui è stato riferito di un responso favorevole, la sacrilega bugia sarebbe ricaduta non sull'esercito ma sul pullario che in effetti fu il primo a cadere, colpito da un giavellotto nemico, prima ancora dell'inizio della battaglia.
Papirio stava per scendere in campo quando un disertore informò i romani che circa venti coorti sannite (delle quaranta stanziate ad Aquilonia) erano partite alla volta di Cominio. Papirio diede l'ordine di accelerare l'avanzata e pose Lucio Volumnio all'ala destra, Lucio Scipione all'ala sinistra, Caio Cecilio e Tito Trebonio a comandare la cavalleria. Spurio Nauzio al comando degli ausiliari venne inviato con i muli e tre coorti a generare un grande polverone su una collina. Nel frattempo un messaggero venne mandato a informare l'altro console della partenza delle venti coorti alla volta di Cominio.
Lo scontro ebbe inizio. I romani convinti di essere favoriti dagli dèi; i sanniti, legati dal giuramento religioso.
| (LA)
« Instare Romanus a cornu utroque a media acie et caedere deorum hominumque attonitos metu; repugnatur segniter, ut ab iis timor moraretur a fuga. »
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(IT)
« Grande era la pressione dei Romani ai fianchi e al centro e larga la strage dei nemici svigoriti dal timore degli dèi e degli uomini; tiepida la resistenza, come di gente che non fugge per paura. »
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(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 41., Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)
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Le file sannite stavano già per cedere e le prime file dei romani erano quasi a contatto della retroguardia nemica quando su uno dei fianchi si vide sollevarsi uno grande polverone come quello di una grossa armata in arrivo, il luccicare delle insegne e quella che sembrava la polvere di un corpo di cavalleria. Si trattava, naturalmente, degli ausiliari affidati a Spurio Nauzio (oppure Ottavio Mecio che era il loro comandante).
Papirio gridò che la città di Cominio era caduta e che quelle in arrivo erano le legioni di Spurio Carvilio che, terminato il loro compito, venivano ad aiutare i commilitoni. I suoi legionari furono così incitati a porre fine alla battaglia prima che arrivassero gli altri a prendersi quell'onore. Papirio ordinò alla cavalleria di passare attraverso le file romane, fatte aprire per l'occasione, e di gettarsi sui nemici lancia in resta. La fanteria di Volumnio e di Scipione seguì la cavalleria facendo strage dei sanniti.
I combattenti sanniti cedettero. I ranghi delle coorti linteate vennero sconvolti. La fuga divenne generale e tutti, sia quelli che avevano prestato giuramento sia quelli che ne erano stati esonerati abbandonarono il campo superando la paura delle maledizioni e dei giuramenti.
La fanteria sannita venne ricacciata nell'accampamento o addirittura ad Aquilonia mentre i nobili della cavalleria si dirigono a Bovianum Undecimanorum. La cavalleria romana venne lanciata all'inseguimento della cavalleria sannita mentre la fanteria romana inseguì i corrispondenti reparti nemici. La fanteria di Volumnio si diresse verso l'accampamento sannita e lo conquistò di slancio. Scipione, che dovette attaccare la città difesa dalle mura, ebbe maggiori difficoltà.
Senza perdersi d'animo Scipione, incoraggiati i suoi uomini e postosi direttamente alla loro testa, fece formare la testuggine e riuscì a prendere il controllo di un tratto delle mura ma si dovette fermare per l'esiguità delle sue forze in quel settore.
Papirio non era al corrente della situazione e stava cercando di radunare l'esercito dato che la notte si stava avvicinando. Visto però che l'accampamento sannita era stato conquistato si diresse verso Aquilonia da dove sentiva giungere rumori di combattimento. Alla vista delle truppe di Scipione sulle mura e rendendoci conto che la situazione andava sfruttata al massimo, Papirio ordinò l'assalto alla città. A causa del calare delle tenebre però, i romani riuscirono a consolidarsi solo nel quartiere a ridosso delle mura e vicino alla porta conquistata.
| (LA)
« Nocte oppidum ab hostibus desertum est. »
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(IT)
« Nel corso della notte i nemici abbandonarono la città. »
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(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 42., Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)
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| (LA)
« Caesa illo die ad Aquiloniam Samnitium mila viginti trecenti quadraginta, capta tria milia octingenti septuaginta, signa militaria nonaginta septem. »
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(IT)
« In quella giornata intorno ad Aquilonia i sanniti ebbero ventimila e trecentoquaranta morti; i prigionieri furono tremilaottocentosettanta, le insegne militari conquistate novantasette [...] »
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(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 42, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)
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Spurio Carvilio, l'altro console, non fu da meno e conquistò Cominio.
Una nota particolare è data dalla sorte delle venti coorti inviate da Aquilonia a Comino; Spurio Carvilio, informato del loro arrivo, aveva mandato il legato Decimo Bruto per opporsi alla loro marcia mentre il resto dell'esercito era impegnato nell'assalto alle mura. Ma le venti coorti, giunte a sette miglia da Cominio furono richiamate ad Aquilonia e così non parteciparono né a una battaglia ne all'altra. Erano tornate in prossimità dell'accampamento di Aquilonia e stava cominciando ad annottare quando, udite le urla dalla città, viste le fiamme salire dal loro accampamento e non sapendo cosa fare, si gettarono a dormire sulla nuda terra. Il mattino seguente i sanniti, scoperti dalle pattuglie della cavalleria romana e dalla fanteria che stava in città, furono costretti a fuggire. Persero duecentoottanta componenti della retroguardia e diciotto insegne militari e, gettate le armi, favoriti dalla grande confusione, riuscirono a rifugiarsi a Boviano.